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La rappresentazione dominante del conflitto catalano a livello internazionale è stata fino a pochi giorni fa quella di un conflitto di tipo nazionalista, quindi legato al passato più funesto dell’Europa del XX secolo. I fantasmi delle nostre guerre hanno frapposto una sorta di schermo che ha impedito di considerare ciò che era veramente in gioco. Gli eventi degli ultimi giorni cominciano a lacerare questo quadro interpretativo e chiedono con urgenza di rivedere questa lettura frettolosa, che forse spiega l’inquietante riluttanza di gran parte dell’opinione pubblica internazionale a considerare il conflitto in atto qualcosa di più d’una semplice questione interna. Quello che oggi appare chiaramente, al di là delle posizioni a favore o contro l’indipendenza della Catalogna, è la tensione tra l’inerzia autoritaria di una specifica configurazione del potere statale e i tentativi precari, ma decisi, di costruire strategie politiche orientate verso l’orizzonte normativo delle nostre democrazie.

Negli ultimi anni, la maggior parte della società catalana ha espresso una richiesta reiterata di scegliere democraticamente il proprio status politico. Di fronte a questa domanda, lo Stato spagnolo, che in nessun caso può essere inteso come rappresentante delle diverse sensibilità e aspirazioni politiche della società spagnola nel suo insieme, ha disatteso doppiamente i suoi doveri politici.

Da un lato, ha rifiutato la proposta di una celebrazione legale, concordata e con garanzie del referendum per l’autodeterminazione e quindi ha negato la realtà del conflitto in Catalogna. Dall’altro lato,, di fronte all’annuncio del referendum del 1° ottobre da parte del Parlamento della Catalogna, l’esecutivo spagnolo, data l’impossibilità parlamentare di dichiarare legalmente lo Stato di eccezione secondo i termini della Costituzione spagnola del 1978, ha minato il suo stesso Stato di diritto, applicando di fatto gli effetti dello Stato di emergenza e trasformando lo Stato spagnolo in quello che alcuni pensatori contemporanei hanno chiamato Stato canaglia o autoritario:

  • Il diritto di riunione e di manifestazione è stato limitato sia in Catalogna che in Spagna e varie organizzazioni politiche sono state accusate di sedizione.
  • Funzionari pubblici e alte cariche sono stati arrestati per aver coordinato la logistica del referendum.
  • Più di 700 sindaci su un totale di 948 sono stati chiamati a dichiarare in tribunale sotto la pena di inabilitazione e sanzione.
  • I mezzi di comunicazione pubblici sono stati perquisiti dalla polizia e alcuni giornalisti e intellettuali sono minacciati dallo Stato spagnolo per aver diffuso informazioni sul referendum.
  • Alcuni partiti politici parlamentari come il CUP (Candidatura d’Unità Popolare) sono sotto la sorveglianza della polizia.
  • Il materiale per il voto (schede elettorali, propaganda elettorale, ecc.) è stato sequestrato e molte aziende private sono state perquisite senza regolare mandato.
  • L’accesso dei cittadini ai siti web di riferimento per il referendum è stato vietato.
  • È in atto un attentato contro la libertà di opinione politica.

Questo sconfinamento dallo Stato di diritto da parte del potere statale contravviene ai principi fondanti dello Stato democratico di diritto in Europa, che risponde a due obiettivi: in primo luogo, soddisfare le aspirazioni democratiche della società europea moderna e, in secondo luogo, limitare costituzionalmente l’arbitrarietà del potere costituito.

Per tutte queste ragioni, noi consideriamo che il referendum sia un mezzo concreto per superare la logica autoritaria che troppo spesso ha distrutto la vita delle società politiche moderne, e per avanzare nella direzione di una cultura politica in chiave europea post-nazionale, in cui conflitti come quello attuale possano essere gestiti mediante protocolli non violenti.